Con voce di sirena

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Saltuariamente, molto saltuariamente, leggo qualche testo sull’autismo di provenienza psicoanalitica (o psicanalitica, secondo la lezione lacaniana). Come, ad esempio, La cura del bambino autistico di Martin Egge. Marie-Christine Laznik è una psicanalista lacaniana francese, ed è l’autrice di questo Con voce di sirena (Editori Riuniti 2012), curato da Jania Jerkov e introdotto da Filippo Muratori dell’IRCCS di Pisa, che psicanalista non è ma che con la Laznik ha collaborato per anni. Proprio i video fornitile da Muratori, realizzati da alcuni genitori nel corso del primo anno di vita dei loro bambini che sarebbero diventati autistici, video che evidenziano nelle madri e nei padri un atteggiamento assai diverso da quello che la psicoanalisi postula nella sua eziologia dell’autismo, hanno contribuito a modificare l’approccio della Laznik. In sostanza, in questo libro vediamo un esempio di strategia di autoconservazione della psicoanalisi di fronte alle inoppugnabili smentite dei fondamenti stessi della sua costruzione dell’autismo. La Laznik è infatti costretta ad accettare che sia il comportamento autistico del bambino la causa della frustrazione profonda o dell’eventuale depressione della madre, e non già l’inverso, come la psicoanalisi ha sempre pensato. Nondimeno, la psicanalista non rinuncia né al gergo né alle strutture profonde della narrazione psicanalitica, come si può ben vedere nel piccolo brano che qui riporto.

«Lacan mette invece il dualismo dal lato di un’opposizione delle pulsioni (che sono tutte sessuali e parziali) e il campo narcisistico dell’amore. I colleghi mi chiedevano di dar conto di ciò clinicamente. Avevo risposto di non esserne capace. Ebbene, un piccolo Matteo, che aveva destato molte perplessità nella mia amica S. Maestro dell’équipe di Pisa,  mi ha dato la risposta. Questo bebè non corrispondeva a ciò che la collega abitualmente osservava nei bebè divenuti in seguito autistici. Si trattava di un magnifico caso di costruzione fallico-narcisistica senza che, parallelamente, la questione pulsionale venisse costruita. In casi simili il quadro sintomatico crolla solo nel secondo anno di vita. È una clinica umanamente dura da analizzare, sul piano soggettivo, transferale. Nei filmati, ci troviamo davanti a un bebè che sembra rispondere alla voce dei genitori ed estremamente sensibile agli elogi fallico-narcisistici paterni; ciò malgrado, sarà incapace di compiere qualsivoglia movimento spontaneo verso di loro dal momento in cui, dopo aver cominciato a camminare da solo, i genitori giustamente si aspetteranno che egli faccia un primo passo nella loro direzione. Gli insegnamenti della metapsicologia che ne possiamo dedurre sono interessanti. Le ricerche sui nati da appena qualche ora mostrano un adorabile scricciolo di proto-soggetto che, in modo assolutamente straordinario, appetisce andare verso ciò che piace all’altro. Cercano l’altro da soli. Spingono a che ci sia dell’Altro. […] Laddove i filmati dei neonati, futuri autistici, mostrano una determinazione irriducibile a rifiutare il contatto. Questa determinazione la si può aggirare, ma bisogna saperlo fare e non con una voce qualsiasi, bensì con una voce di sirena e con nessun’altra.» (p. 57)

In verità, Marie-Christine Laznik è assai più aperta rispetto alle scoperte delle neuroscienze e alle pratiche comportamentali di quanto non appaiano gli altri lacaniani. E la sua attenzione al motherese (ovvero il linguaggio parlato dalle madri coi loro figli infanti), e alla sua insostituibile funzione nella costruzione della soggettività relazionale del bambino, alla voce di sirena del titolo, è suffragata da studi scientifici degli ultimi anni. Come è noto, per la psicoanalisi il ruolo centrale nella relazione madre-bambino è giocato dall’apparato psichico materno. Sulla scorta di tutto ciò che è emerso in questi decenni, la Laznik enfatizza, di contro, il ruolo attivo dell’infante, così che non sarebbe più l’oggettificazione del bambino da parte della madre a impedirne la costituzione come soggetto relazionale tipico e a farne un autistico, ma sarebbe qualcosa che avviene nel bambino stesso e gli impedirebbe di sviluppare quel “terzo tempo della pulsione” che vede il bambino stesso assumere una iniziativa motoria (ad esempio protrusione del pancino nel fasciatoio per farselo baciare) volta a provocare la madre all’interazione e al godimento. Come si vede, siamo dentro la psicanalisi, ma corretta perché possa in qualche modo apparire non-contraddittoria rispetto ai dati delle scienze. Scrive Muratori nell’introduzione:

«Di solito io chiedo a Marie-Christine se è proprio sicura che il suo trattamento sia psicanalitico. Quando la vedo all’opera nella stanza di psicoterapia io vedo una persona particolarmente attiva e capace di sollecitare nel bambino e nei genitori emozioni positive, spesso cercando di essere lei stessa un modello da imitare per il genitore che così trova nuova forza in se stesso e riesce forse a ri-crearsi quella identità parentale che aveva subito un arresto a causa delle poche sollecitazioni provenienti da un bambino socialmente povero.  L’identità psicanalitica di Marie-Christine è forte, e forse la mia domanda più che di una risposta ha necessità di essere ripensata relativamente a cosa può ancora dire la psicanalisi a proposito dell’autismo dopo gli enormi errori commessi negli anni passati. Credo che per la psicanalisi l’autismo resti un enigma ancora irrisolto; se nell’autismo non è il processo di separazione dall’Altro che fallisce ma lo stesso processo di alienazione nell’Altro, se si tratta di una patologia che insorge prima dello stabilirsi di qualsivoglia relazione con l’Altro, allora l’autismo diventa una sfida per la stessa teoria psicanalitica ed ancora di più per la psicanalisi che si fa pratica terapeutica. Ma non è di questo che di solito si discute con Marie-Christine; ci piace molto di più parlare di ciò che vediamo nei film, di ciò che emerge dalle nostre ricerche, di ciò che succede nelle nelle psicoterapie genitori-bambino, delle nuove conoscenze derivate dalle neuroscienze… e la psicanalisi resta sullo sfondo.» (p. 14)

Io penso che Marie-Christine Laznik sottoponga le famiglie ad un trattamento di natura assolutamente psicanalitica, e che veneri Lacan a tal punto da non poter nemmeno pensare di mettere in questione la lettura che il Maestro fa dell’autismo. Lei, tuttavia, si sforza di trovare nelle pieghe dell’opus lacaniano qualche elemento che possa suffragare la sua posizione, che potrebbe apparire eretica. Che la stragrande maggioranza dei lacaniani non la segua mi sembra indicativo. È come nelle religioni in cui esistono dogmi, e lo spazio della loro interpretazione è limitato dai custodi dell’ortodossia, che potrebbero espellerti dalla comunità dei credenti. Forse la Laznik è un pochino eterodossa, contro la sua stessa intenzione.

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