Una storia di autismo

Da il Giornale.it – domenica 21 novembre 2010

Se sulla porta avessero scritto: «Mensa vietata ai bambini disabili, in particolare agli autistici gravi», il concetto sarebbe stato più chiaro: forse anche per Kevin, il bambino di cui parliamo e che invece, giustamente, stenta a capire. Kevin ha 10 anni, soffre di autismo infantile e il certificato medico consegnato alla scuola parla di disabilità al 100%. Kevin frequenta la 4ª elementare di una scuola di Cremona, quartiere Boschetto, e dall’inizio di settembre è disperato: di colpo, la scuola gli ha negato l’accesso al servizio mensa. A Kevin, bambino autistico, fermarsi a scuola dopo le lezioni e sedersi al tavolo con i compagni piaceva moltissimo: lo faceva dal primo giorno della prima elementare, il rito del «pranzo insieme» lo affascinava, poteva rimanere in gruppo – in contatto con gli altri, incuriosito dagli altri – anche al di fuori delle ore dedicate all’apprendimento: e insomma a Kevin piaceva tutto di quel momento così ricco di chiasso festoso e di calore umano; e il suo entusiasmo a tavola lo aveva fatto diventare la mascotte di tutti, cuoche e inservienti comprese. 
Dopo 3 anni di ebbrezza e felicità assolute, a cominciare da quelle assaporate dai genitori (immaginate cosa significhi avere un bambino autistico che grazie al momento del pranzo inizia ad andare volentieri a scuola, s’inserisce nel gruppo, inizia a parlare, a comunicare, a interagire con gli altri), di colpo la scuola decide che il servizio-mensa verrà sottoposto a restrizioni: i posti disponibili sono 46 e la precedenza, spiegano, verrà data ai bambini con entrambi i genitori che lavorano. Ora, qui va apprezzata la finezza. Essere genitori di un bambino autistico, con disabilità (certificata) al 100%, significa tante cose: tra le altre, che almeno uno dei genitori – di solito tocca alla mamma – rinuncia da subito all’idea di lavorare. C’è un lavoro ben più importante da fare, a casa, 24 ore su 24: badare al proprio bambino. Che vive in un mondo suo e ha letteralmente bisogno di tutto: e a volte anche il tutto non è sufficiente. Insomma, dire che la mensa è «vietata ai bambini con un solo genitore che lavora» e dire che la mensa è «vietata ai bambini autistici» (o disabili in genere) è la stessa cosa: e questo è quel che succede, da settembre 2010, alla scuola elementare di Cremona, quartiere Boschetto. E Kevin? Di fronte al fatto di non poter più entrare nei locali-mensa, di non potersi più sedere al tavolo con i compagni, di non poter più sorridere vedendo le inservienti che arrivano a riempire piatti e bicchieri, Kevin impazzisce. Da un paio d’anni ha cominciato a fare uscire le sue prime parole e alla mamma, che si chiama Eva e che tutti i giorni lo va a prendere per portarlo a casa – per portarlo via -, Kevin ripete, con le lacrime agli occhi: «Mangia in mensa Kevin!», «Mangia in mensa Kevin!». Invece la scuola non lo vuole più, la mamma deve «rapirlo» e ogni volta è come se gli desse (se si desse) una coltellata: al cuore. Kevin, che stava dando spettacolosi segni di miglioramento, aveva iniziato a parlare e aveva cominciato ad accorgersi del mondo che lo circonda, cade in uno stato di agitazione parossistica. Non capisce quel che gli sta succedendo, non lo accetta, si tormenta: e ogni giorno il tormento si rinnova perché la porta della mensa, per lui, resta sempre chiusa. Non c’è ragionevolezza in quel che gli sta capitando: lo avverte, con chiarezza, persino lui.  

Così la mamma, che lo vede disperato, intrattabile e in fase di chiaro peggioramento sotto tutti i punti di vista, dal rendimento a scuola al relazionarsi con gli altri, prova a muoversi. Parla col direttore del Circolo Didattico, Piergiorgio Poli, ma quel che si sente dire, in risposta, è: «Mi spiace, non ci sono posti, tu non lavori, puoi tranquillamente portarlo a casa a mangiare».
Non si dà per vinta, Eva. Che di lì a poco torna dal Direttore con una relazione firmata da una neuropsichiatra infantile, la dottoressa Lucia Bianchini, in cui si spiega come il momento della mensa sia un momento importante per Kevin, a tutti gli effetti un momento di terapia: ma anche questo tentativo non produce risultati.
La mamma non si rassegna, torna alla carica e questa volta consegna una relazione della psicoterapeuta Aurelia Galli, che da anni ha in cura Kevin e che perora – anch’essa – la causa della riammissione del bambino al servizio-mensa: nessun risultato.
Eva chiede allora un colloquio con l’assessore provinciale Jane Alquati, che la ascolta con grande disponibilità ma le dice che purtroppo, in queste faccende, la parola che conta è quella del Direttore del Circolo. Niente da fare.
Non sapendo dove sbattere la testa, la mamma prova a rivolgersi direttamente al sindaco di Cremona, l’ex olimpionico Oreste Perri; ma il suo segretario, Walter Montini, le spiega che il principio dell’autonomia della scuola è sacro e che il sindaco non può permettersi di scavalcare il Direttore del Circolo. Insomma, parlargli sarebbe inutile.
Eva, che ama suo figlio alla follia, non molla e va a bussare alla porta del quotidiano di Cremona, La Provincia. Espone il caso, il giornale se ne fa carico e intervista il Direttore Didattico, Piergiorgio Poli. Che quasi seccato ribatte, testualmente: «Se i posti a disposizione sono 46 e sono tutti occupati, io cosa ci posso fare?». E ancora: «Si tratta di un bambino tutelato, non certo discriminato, con insegnante di sostegno e assistente alla persona». Al Direttore Didattico, naturalmente, non viene in mente che in una scuola seria il primo posto, in una mensa a numero chiuso di 46 posti, andrebbe riservato al bambino autistico: dopodiché si può passare a parlare degli altri 45. E il Direttore non nota nemmeno il paradosso del bambino autistico che lotta per creare un contatto col piccolo-grande mondo che lo circonda e di una scuola che, con un’ottusità degna di miglior causa, lo sbatte fuori e lo ricaccia nel buio del suo malessere. 
Questa è la storia di Kevin, 10 anni, il bambino autistico che a scuola aveva sviluppato una passione inattesa, salvifica, per tutto ciò che ha a che fare col rito della mensa, del sedersi a tavola con gli altri, così pieno di significati preziosi e vitali, per lui. Era contento, Kevin, stava cominciando a guarire e in qualche modo si stava aprendo al mondo, stava cercando di «uscire fuori» da se stesso. Poi ha incontrato la stupidità. E ha smesso di capire. Oppure ha capito che il mondo, là fuori, non era poi una favola come volevano dipingerglielo.

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2 Responses to Una storia di autismo

  1. giuseppe ha detto:

    sono disgustato da quello che è successo a Kevin. Credo che chi a rifiutato la mensa a kevin sia una persona senza cuore compreso le istituzioni. Peppe da Napoli

  2. Milly ha detto:

    Sono la mamma di un ragazzo di sette anni,che dovrebbe frequentare la scuola media e al quale e` stato negato l’ingresso a scuola per via dei genitori inpauriti delle voci circolatorie sul suo conto(comportamento non adeguato)… Disperata, mi sono rivolta al Ministero dell´istruzione cercando, una possibile solluzione,ma invanamente. Tutte le istituzioni alle quali ci siamo rivolti, ci hanno girato le spalle. Il bimbo e` rimasto a casa. Sdegnata dal parere medico(pedopsichiatra)locale, che il bimbo deve prendere le medicine e nello stato attuale non puo` frequentare la scuola, conoscendolo come madre, mi sono rivolta all’ospedale pedopsichiatrico per il secondo parere. Nell’ospedale e` rimasto per tre settimane. Gli psicologi hanno constattato,che il funzionamento psichico del bimbo e normale e che le funzioni intelettuali sono al di sopra della media. I medicinali al ragazzo non servono. Il bimbo si annoiava a scuola e percio` non ascoltava. Quando ci siamo trovati nella difficile situazione non ci capiva nessuno. I genitori dei altri bimbi non ci capivano… Eravamo soli contro tutti… Vi auguro tutto il bene, e di non perdere mai la sensibilita`e di credere e sostenere sempre i propri figli.

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