Autism. A Social and Medical History

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Autism. A Social and Medical History, Palgrave Macmillan 2013, è un testo di Mitzi Waltz, una ricercatrice di cui si può leggere qui l’auto-presentazione. Si tratta di una storia globale dell’autismo sotto il profilo medico e sociale, molto ben scritta e sintetica (165 pagine), che unisce divulgazione e rigore accademico. È anche un libro che si inserisce bene nel quadro della lotta per la self-advocacy delle persone con autismo, e contro la medicalizzazione dell’autismo stesso, che è oggi un fenomeno emergente soprattutto nei Paesi anglosassoni. Dall’orrore della reclusione dei deboli di mente del passato, all’interpretazione psicoanalitica dell’autismo e alle sue conseguenze sulle persone autistiche e sulle loro famiglie, ai tagli dei servizi nel quadro del declino del welfare occidentale, Mitzi Waltz delinea un quadro non ideologico e del tutto realistico, anche se animato da una sotterranea empatia per i più deboli. In questo quadro, in cui le tecniche comportamentali sembrano emergere come le più adeguate per il trattamento dell’autismo dopo il fallimento della psicodinamica, è proprio lo stesso concetto di trattamento ad essere sottoposto ad interrogazione critica. L’affermazione del comportamentismo è vista dalla Waltz con un certo sospetto sulle modalità con cui si è realizzata, sospetto che sembra però non toccare il modello TEACCH, e dipendere forse anche da quanto sta avvenendo fra le frange più avanzate dei movimenti di self-advocacy degli autistici nel mondo anglosassone (tutti ovviamente ad alto funzionamento o Asperger).

«Sebbene il comportamentismo offrisse speranza, esso portava con sé anche i suoi problemi. Come la psicologia dominante, i suoi principi di base ponevano i genitori come la radice del problema–il biasimo non ricadeva più sulla perversità genitoriale ma sulla inadeguatezza genitoriale, sul fatto che i genitori avessero rinforzato i comportamenti sbagliati o non avessero rinforzato quelli giusti. I suoi proponenti potevano anche ingigantire oltre misura il valore delle loro idee, con workshop a volte caratterizzati da un fervore quasi evangelico. Fin dall’inizio il comportamentismo si è posto come ‘scientifico’ e per questo inattaccabile, quantunque la maggior parte dei dati raccolti fosse limitata a studi di caso condotti in laboratorio su una singola persona e una singola abilità con risultati a breve termine. Le conclusioni di questi studi risentivano del non riconoscimento di limitazioni o vantaggi conferiti da abilità innata, livelli di coinvolgimento genitoriale, qualità dello staff e altro. Per innalzare il suo status, i servizi comportamentisti venivano offerti come un ‘trattamento’, come se essi fossero equivalenti ad una tecnologia medica o perfino ad una cura.» (pp. 92-93)

Ricco di dati storici, sociologici e scientifici, il libro di Mitzi Waltz si raccomanda a tutti coloro che vogliono farsi un’idea di come la società occidentale abbia costruito, elaborato e vissuto l’autismo come categoria e come mito, fino ai nostri giorni, in cui lo scontro principale sembra quello tra una tendenza alla medicalizzazione del problema, con l’autismo e le sue manifestazioni visti come patologie da combattere strenuamente e possibilmente eradicare, e una tendenza alla difesa della diversità del modo di essere della persona con autismo, del diritto alla neurodiversità, concepita addirittura come un arricchimento dell’umanità intera.

In ogni caso, è bene che i genitori si liberino dei sensi di colpa legati all’idea di aver sbagliato il trattamento del figlio, ecc., perché, come dice la Waltz, « […] la base di evidenza per gli interventi manca tuttora: ancora adesso, noi sappiamo che cosa sia dannoso, abbiamo qualche conoscenza delle cose che potrebbero essere utili, ma siamo ancora incerti su quello che potrebbe essere del massimo valore per specifici individui. E siccome le condizioni dello spettro autistico sono multi-dimensionali e si danno entro un contesto personale e sociale, l’intervento appropriato è sempre una faccenda individuale.» (pp. 95-96)

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