Il cervello autistico

templ  Il cervello autistico. Pensare oltre lo spettro, di Temple Grandin e Richard Panek , (The Autistic Brain. Thinking Across the Spectrum, 2013, trad. it. di M. A. Schepisi, Adelphi 2014) ha un sottotitolo significativo: il libro non parla solo del funzionamento della mente autistica riportandolo al cervello e alle differenze tra cervelli, ma dei tipi di funzionamento generale delle menti umane, che sono per la Grandin sostanzialmente tre. Le idee su cui si incardina l’argomentazione sviluppata nel libro sono due: 1) l’autismo è prodotto dal cervello, ed è dunque una realtà essenzialmente neurobiologica; 2) esistono tre fondamentali modalità di pensiero (verbale, per immagini e per pattern), sia negli autistici che nei neurotipici, e non sono rigorosamente separate, ma possono convivere e interagire tra loro, sia nell’individuo che nella relazione sociale.  Si vede dunque come Temple Grandin abbia corretto la sua precedente estensione a tutte le persone con autismo della sua idea di una modalità di pensiero visiva: estensione indebita, basata sulla sua personale esperienza di persona pensante per immagini (e in grado tuttavia di parlare, e scrivere articoli e libri).
Il cervello autistico è un piacevole minestrone: vi si trova un po’ di tutto, da nozioni sulla ricerca più avanzata sull’autismo a esperienze di vita dell’autrice, tra cui quelle che hanno visto lei stessa come oggetto di indagine scientifica, alla quale si presta sempre volentieri. Si tratta, tuttavia, di un libro difficilmente digeribile da chi non abbia una buona infarinatura sull’autismo, le sue problematiche e le recenti trasformazioni. Giustamente, la Grandin enfatizza le problematiche sensoriali «È molto probabile che una persona che non può immaginare di vivere in un mondo di sovraccarico sensoriale sia portata a sottostimare la gravità delle sensazioni di qualcun altro e il loro impatto sulla sua vita, o addirittura a interpretare erroneamente un comportamento come segno di un determinato problema sensoriale, quando invece potrebbe trattarsi di un altro problema.» (p. 95) Altrettanto giustamente, a partire da quel che lei stessa è, l’autrice enfatizza le possibilità di successo nella vita delle persone situate nella fascia alta dello spettro autistico (nella logica per cui il mondo ha bisogno di ogni tipo di mente). Leggendo le ultime pagine, che parlano di questo, ho pensato che tra me e Temple Grandin (o anche un qualsiasi autistico ad alto funzionamento) c’è una distanza molto minore di quella che sussiste tra lei e mio figlio, autistico a basso funzionamento averbale. Eppure loro sono entrambi nello spettro, e io sono neurotipico…
Lo spettro infatti è molto, molto ampio attualmente, e il suo ampiamento ha avuto molte e serie conseguenze, di cui l’autrice è ben consapevole. «Ma l’ampiezza stessa dello spettro è parte del problema. Quasi certamente non è un caso che, mentre l’idea di uno spettro autistico si faceva strada nel pensiero medico e nell’opinione pubblica, si diffondesse parallelamente il concetto di un’«epidemia» di autismo. Se si fornisce alla comunità medica una nuova diagnosi da assegnare a un gruppo di comportamenti noti, è naturale che l’incidenza di quella diagnosi aumenti.» (p. 30)
Il testo è sparso di annotazioni su vari piani e problematiche della vita delle persone con autismo. Temple Grandin non manca, ad esempio, di esprimere la sua gratitudine nei confronti della farmacologia. «Io penso che il Prozac sia una medicina favolosa. Ho degli amici che si troverebbero veramente a mal partito se non prendessero il Prozac, il Lexapro o altri inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina. Conosco persone che sono state salvate da questi farmaci. Io stessa non sarei efficiente se dovessi farne a meno. Essi possono trasformare una vita che è soltanto vissuta in una vita degna di essere vissuta.» (p. 81)
Temple Grandin si dimostra piuttosto critica verso il DSM-V. «Ogni studio sull’autismo che utilizza i criteri del DSM-V per l’autismo finirà per mescolare mele (ritardo del linguaggio) e arance (non-ritardo del linguaggio). Per esempio, abbiamo visto nella letteratura che i disturbi sensoriali tendono a essere enormemente più gravi nella popolazione autistica con ritardo del linguaggio. Come faranno i ricercatori a mettere a confronto gli studi sui problemi sensoriali condotti secondo il DSM-V con gli studi precedenti?
Io vedo il DSM-V come una serie di diagnosi fatte da un comitato di medici che, seduti intorno a un tavolo, discutono del codice delle assicurazioni. Grazie al pensiero prigioniero delle etichette, abbiamo adesso una tale abbondanza di diagnosi che semplicemente non ci sono abbastanza sistemi cerebrali per tutti questi nomi.» (p. 133)

7 risposte a Il cervello autistico

  1. mat scrive:

    L’autismo regressivo in prevalenza verso che età si manifesta?

  2. giampiero scrive:

    Non ho letto i libri di Temple Grandin nè visto il film ma so che è docente universitaria e parla ai convegni. Ha quindi competenze e capacità di certo superiori a molti neurotipici anche a livello di interazione sociale. Cosa rimane dunque del suo autismo? Solo i problemi sensoriali e la necessità di assumere psicofarmaci? (che peraltro tante persone prendono per stabilizzare l’umore, per l’ ansia e la depressione). Inoltre la capacità di riflettere su se stessi, sulla propria esistenza, sui propri pensieri, sul proprio modo di ragionare, non era il grande scoglio per gli autistici?
    Secondo lei la Grandin risulterebbe tuttora autistica se venisse sottoposta adesso, da adulta (o anziana, non so quanti anni abbia) ai test in uso presso i centri di psichiatria?

    • Fabio Brotto scrive:

      Non sono in grado di giudicare il grado di interazione sociale della Grandin: in fondo la questione è problematica e ci sono misantropi che non sono affatto autistici. Non so quanti psichiatri italiani la etichetterebbero come autistica, forse nessuno. A leggere la sua storia e quello che dice di sé, lei si trova al vertice dello spettro autistico, che ormai però, a mio giudizio, è diventato qualcosa di tanto vago che vi si fanno rientrare anche persone che hanno avuto successo nella vita… Così che il concetto stesso di disabilità evapora.

  3. giampiero scrive:

    Ho iniziato a leggere un libro della Grandin, non questo da lei recensito ma un altro che ho trovato nella scuola di mio figlio. Mi sembra che più che il suo “pensiero sull’autismo”, la Grandin parli solo del suo autismo (o meglio una rara sindrome savant?). Autistici che diventano ingegneri, scienziati… Ma quando mai? Oppure quanti, uno su diecimila?! Come si può pretendere allora che la gente capisca qualcosa dei nostri problemi, dell’inferno in cui siamo piombati, se non si capisce nemmeno di cosa stiamo parlando? Pretendiamo che basti mettere fuori una lucina blu sul davanzale il due aprile?

    • Fabio Brotto scrive:

      Caro Giampiero, Lei mette il dito nella piaga. Personalmente, sono convinto da tempo che il cosiddetto “Spettro dell’autismo” sia un mantello che copre situazioni così differenti tra loro che la parola stessa “autismo” diventa priva di significato. E spiegare i nostri problemi alla gente diventa di conseguenza un problema insolubile. Io non sono autistico, mio figlio Guido è autistico a basso funzionamento averbale, la Grandin è autistica ad altissimo funzionamento, dunque nello stesso Spettro in cui si colloca mio figlio. Ma io sono infinitamente più vicino alla Grandin o a qualsiasi Asperger di quanto lo sia mio figlio. Perché, in definitiva, ciò che fa la differenza è il ritardo mentale. Quelli che parlano di “diversi tipi di mente”, infatti, non si riferiscono al ritardo mentale, che è lo scoglio contro cui soprattutto si infrangono le famiglie degli autistici a basso funzionamento…

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