Ringraziamo i supermercati Alì per il gentile contributo al nostro progetto L’orto di San Francesco assegnato all’interno dell’iniziativa We Love People.
Autism and Spirituality
18/01/2014
Autism and Spirituality (Jessica Kingsley Publishers 2013) è un libro singolare, e per me abbastanza inquietante. Olga Bogdashina qui lascia il territorio della scienza per inoltrarsi in quello sconfinato e nebuloso della spiritualità, senza tuttavia avere alle spalle un solido percorso filosofico o filosofico-religioso, e finendo quindi su terreni scivolosi, nei quali il conflitto delle opinioni è forte, e in cui molte sono le strade, e molti gli sguardi possibili. Privo di una fondazione critica dei concetti di religione e spiritualità, ed evidentemente incline a considerare la religione come un fenomeno che scaturisce soltanto dall’interiorità del singolo, esattamente come la spiritualità, ma in un secondo momento (la spiritualità avrebbe priorità cronologica e logica – p. 35), il testo basa la sua argomentazione sulle esperienze raccontate da persone con autismo ad altissimo funzionamento o asperger, coinvolgendo i soggetti autistici LF averbali mediante induzioni altamente problematiche.
«Mentre l’autismo non è una cultura nel senso antropologico stretto della parola, esso funziona come una cultura in quanto incide sui modi in cui gli individui autistici si comportano, comprendono e comunicano con il mondo. Dato che l’esperienza originale del mondo che hanno i bambini autistici è fondamentalmente sensoriale, il loro linguaggio originale interno (come strumento per formulare ed esprimere il pensiero) consiste di immagini sensoriali-percettive (multidimensionali). Questo ‘linguaggio’ diviene centrale per il loro sviluppo intellettuale ed emozionale (Bogdashina 2004), avvicinandolo alla ‘visione originaria’ (nei termini della concettualizzazione di Robinson – 1983) e così più vicino alla ‘spiritualità come esperienza pre-linguistica / non-linguistica’. I ‘linguaggi autistici’ degli individui autistici non-verbali sono molto differenti dai linguaggi convenzionali verbali e non-verbali: e coloro che sono verbali usano ancora il linguaggio verbale differentemente dai loro partner comunicativi non-autistici. ‘Il linguaggio verbale ha un uso differente per una persona con autistica e per una persona non-autistica’» (O’ Neill 2000). (pp. 49-50)
Questo piccolo brano è indicativo del modo di argomentare della Bogdashina, che procede per continue citazioni di autori disparati (psicologi, ma anche filosofi e persone con autismo ad altissimo funzionamento), con un grado di rigore alquanto tenue. Qui, ad esempio, la sussistenza di qualcosa di simile ad una cultura autistica viene evocato acriticamente. L’uso del termine cultura nell’autismo è estremamente problematico se manca una preliminare definizione minimale della cultura stessa. E a mio avviso la definizione non può che essere questa: un sistema di segni che si trasmette da una generazione all’altra mediante apprendimento. Se ciò cui vogliamo applicare l’etichetta cultura non corrisponde a questa definizione minimale, l’uso del termine deve essere respinto. Ma O.B. afferma che «le persone autistiche si riconoscono fra loro: sembrano essere membri della stessa comunità» (p. 154) e mi conferma nella mia idea che il parlare dell’autismo in generale e senza molti distinguo sia ormai una trappola, un produrre una notte in cui tutte le vacche sono grigie.
Il punto centrale di tutto il discorso di Olga Bogdashina, che le consente di sostenere che le persone con autismo siano più aperte alle esperienze spirituali, è la sua identificazione della spiritualità con una condizione pre-linguistica (e quindi tipica della primissima fase della vita), in cui il soggetto non subisce l’effetto dei filtri culturali, e sperimenterebbe un’assenza di confine tra se stesso e la realtà circostante. E la Bogdashina identifica questa condizione, che ritiene altamente positiva e che si estenderebbe per i primi anni di vita, con quella raggiunta dai mistici o dai maestri spirituali con duro lavoro di perfezionamento. Purtroppo, con la crescita, la cultura in cui l’individuo è immerso lo priva di queste meravigliose possibilità, che invece all’autistico rimangono aperte (fortunato!). «Dalle mie comunicazioni personali con persone nello spettro dell’autismo risulta che la maggioranza di esse avverte che il proprio ‘sé’ non è ristretto al corpo ma non ha alcun confine» (p.130)
O.B. ci mette di tutto, in questa sua argomentazione-minestrone: spiritualità degli animali, esperienze extracorporee di morte-non-morte, telepatia. Manca solo l’incontro con intelligenze aliene, e saremmo a posto. Il tutto comporta, peraltro, una svalutazione del linguaggio, della cultura, e di ciò che è non-autistico, come Olga Bogdashina etichetta quello che appartiene ai cosiddetti neurotipici. Questo libro è paradossale: anche l’uso dei termini autistico e non-autistico, per cui ciò che è non-autistico subisce una privazione, ridefinisce l’umano in un modo del tutto inaccettabile.
Ancora sulla Comunicazione Facilitata
03/12/2013
Ancora sulla Comunicazione Facilitata? Ebbene, sì, purtroppo. Ci tocca constatare che in Italia ci sono ancora troppe persone che ci credono, troppe famiglie illuse che in quel loro figlio autistico che non riesce a dire due parole sensate, e che ha comportamenti bizzarri, che magari non è nemmeno capace di vestirsi da solo e si fa la cacca addosso, sia celata un’anima prigioniera, che magari non aspetta altro che l’occasione di poter scrivere al computer “mamma sapessi come mi dispiace di non poterti dire che ti voglio tanto bene”. Nei Paesi più avanzati di noi nella comprensione e nei trattamenti dell’autismo di CF non si discute più in ambito scientifico dagli anni Novanta, quando una serie di studi dimostrarono inoppugnabilmente che per l’autismo la CF non funziona, se non in casi rari di autistici muti (non averbali), il cui cervello, come il cervello dei muti neurotipici, ha accesso alla comprensione del linguaggio, e che quindi possono superare i problemi di motricità fine grazie alla tastiera (casi in cui il facilitatore ha un ruolo marginale, per così dire, e temporaneo). Per la stragrande maggioranza delle persone con autismo la CF non funziona affatto. Del resto, anche gli autistici che parlano e scrivono senza ausilio scrivono da autistici. La prosa di un autistico deve necessariamente riflettere la sua mente autistica, altrimenti non è la sua espressione ma quella di un altro. E deve rispecchiare il grado di sviluppo mentale del soggetto scrivente. Altrimenti sotto vi è un inganno, consapevole o inconscio.
Proprio qualche settimana fa, durante un corso di formazione, qualcuno chiese a Theo Peeters (che di mente autistica se ne intende) che cosa pensasse della CF. Peeters rimase di stucco. “Ma come è possibile che in Italia si seguano ancora dei metodi che la comunità scientifica ha demolito da anni?” rispose scandalizzato. Sì, è da anni che negli USA, in Inghilterra e nel Nord Europa non si discute più di CF. Ma l’Italia è in ritardo.
La nostra posizione coincide con quella espressa da Autism Research:
1. C’è una significativa evidenza scientifica del fatto che la Comunicazione Facilitata è inefficace se usata con le persone con autismo.
2. Vi sono anche prove che la Comunicazione Facilitata può portare a un danno significativo .
3. Per queste ragioni riteniamo che si tratti di un intervento non appropriato per le persone con autismo.
Mio figlio è autistico
24/10/2013Quel particolare insieme di libri sull’autismo che è il gruppo dei libri scritti da genitori si arricchisce continuamente di nuove opere. Sono opere in cui solitamente prevale l’aspetto della testimonianza, con un risvolto affettivo molto marcato, sia che si ponga l’accento sulle sofferenze e sulle difficoltà, sia che si voglia enfatizzare l’affetto che il genitore nutre per il figlio disabile, fino a giungere in certi casi a considerare la disabilità del figlio un dono del cielo, uno strumento della propria auto-realizzazione. Si tratta dunque di un gruppo molto eterogeneo, sia dal punto di vista della qualità della scrittura, sia da quello della natura della testimonianza resa, sia infine da quello della competenza sull’autismo in generale posseduta dagli autori. L’ultimo libro di Gianfranco Vitale, Mio figlio è autistico (Vannini 2013), all’interno del gruppo in questione occupa un luogo eminente. Il libro è una testimonianza ampia, sostenuta da un patrimonio di conoscenza, esperienza e riflessione accumulato nel corso dei trent’anni di vita del figlio, Francesco, che insieme al padre è il protagonista della vicenda. E non è una testimonianza come tante, perché Vitale si confronta con le strutture sociosanitarie e i loro deficit culturali sull’autismo, con le associazioni e le loro prassi (o disprassie), con le cooperative e le comunità: insomma, con tutto il milieu che ben conoscono i genitori di una persona con autismo che passa attraverso l’infanzia, l’adolescenza e la prima età adulta, imbattendosi in una serie di crescenti incomprensioni del suo modo di essere e delle sue esigenze, per arrivare a sperimentare una vera e propria negazione della sua vita, come dice il sottotitolo del libro. È anche una testimonianza che manifesta una buona qualità narrativa, tanto da risultare una sorta di romanzo-verità.
Il libro pone una questione radicale. Quando, infatti, si può dire che una vita umana sia negata? Può essere negata come pura e semplice vita, quando l’essere umano viene ucciso, ma può essere negata anche come umana, quando viene privata di ciò che rende umana una vita, ad esempio eliminandovi qualsiasi traccia, anche la minima, di esperienza della libertà. Può essere negata come umana anche mediante il non riconoscimento delle esigenze singolari connesse ad un modo di essere dell’umano, di questo concreto essere umano, il non riconoscimento della sua specificità irriducibile, dei suoi codici e delle sue limitazioni essenziali. Questo è il tipo di negazione della vita che hanno subito e continuano a subire, giunte all’età adulta, molte delle persone cui è stata applicata l’etichetta dell’autismo. Soprattutto quelle che appaiono più gravi, che hanno un ritardo cognitivo, che non parlano o presentano forti limitazioni nel linguaggio, che manifestano problemi comportamentali e non sono in grado di vivere negli ambienti sociali consueti, e meno che mai di condurre una vita indipendente. Rinchiusi negli istituti, senza spazi adeguati e possibilità di movimento, e senza stimoli che li aiutino ad uscire dalle loro stereotipie, costoro vegetano in uno stato di sedazione permanente, mentre i loro organismi devono smaltire dosi quotidiane di farmaci di ogni genere. Finiscono per vivere una vita larvale, spettrale, priva di dignità e di senso. Quella del senso, della sua attribuzione e condivisione, che nell’autismo è il problema fondamentale, nelle istituzioni che si occupano di autismo rimane una domanda che non solo non trova una risposta, ma che non viene neppure adeguatamente formulata. Questo anche per il semplice fatto che le istituzioni che si occupano di persone con autismo hanno dell’oggetto della loro attenzione, cioè dell’autismo stesso, una conoscenza superficiale, precaria, e qualche volta del tutto priva di fondamenti.
Quello di Vitale è il libro di un padre. Qui, a differenza di quel che avviene nella maggior parte delle famiglie in cui entra l’autismo, è la madre ad essere latitante, ad essere inadeguata anzitutto davanti alla necessità di comprendere l’autismo del figlio, e quindi il figlio stesso. Il padre qui prende sulle spalle il figlio – è l’inverso di Enea -, ma il suo lungo cammino non sembra godere della protezione di una dea. Una fatica immane, con momenti di felicità, ma soprattutto con grandi angosce, sofferenze e incomprensioni da parte di chi dovrebbe comprendere e aiutare. Il messaggio infine è chiaro: anche a parità di risorse impiegate, la vita dei soggetti autistici potrebbe essere molto più umana e ricca di senso se la conoscenza dell’autismo in coloro che operano, a tutti i livelli, con le persone con autismo fosse maggiore. Se non si coglie l’autismo dall’interno, ogni sforzo sarà vano, e le vite delle persone con autismo continueranno ad essere negate. Quella del libro di Vitale è una grande lezione, che dovrebbe essere fatta ampiamente conoscere.
Epidemia di autismo?
22/10/2013
Si è da tempo diffusa, in modo del tutto irrazionale e soprattutto grazie all’internet, l’idea che sia in corso una epidemia di autismo, e che un numero crescente di bambini manifesti questa sindrome. Questa idea è sbagliata, anzitutto perché l’epidemia è tale solo se vi è una malattia, mentre l’autismo non è una malattia, ma un condizione di disturbo in alcuni aspetti del comportamento della persona (nelle sfere dell’immaginazione, della relazione, ecc. ecc.). Questo disturbo non viene rilevato da esami clinici, ma definito attraverso una osservazione del comportamento della persona e mediante una serie di test. La diagnosi può dunque essere anche molto incerta. Questa idea, in secondo luogo, risulta sbagliata anche se si considerano la storia dell’autismo e i criteri con cui si fanno le statistiche. La storia dell’autismo ci mostra infatti come si sia cominciato ad utilizzare questo termine da pochi decenni, e come esso sia stato gradualmente applicato a legioni di persone che precedentemente venivano catalogate con altre etichette: schizofrenici, deficienti, cretini, idioti, ritardati mentali ecc. ecc. Quindi una infinità di individui che un tempo venivano chiamati in altri modi ora sono definiti autistici. Il loro numero sembra aumentare, ma si tratta di un’illusione. Questa illusione è alimentata anche da ciò che è accaduto negli Stati Uniti con l’applicazione del concetto di spettro autistico, in cui vengono inseriti anche soggetti con elementi di disturbo molto marginali, fatto da cui deriva il can-can mediatico sull’autismo del calciatore Messi o di altri personaggi famosi. Negli USA si è esagerato nell’uso del termine autismo, e questa esagerazione ha contagiato anche noi. Conclusione: come dimostra una ricerca inglese, il numero degli autistici veri e propri, quelli che mai potrebbero diventare astri del calcio, della musica e del cinema, è sostanzialmente costante. La statistica inglese coincide con quelle delle uniche due regioni italiane che possono fornire numeri attendibili, Piemonte ed Emilia Romagna: 4 casi ogni 1000 nati.
Addetti all’assistenza
18/09/2013
A bambini e ragazzi autistici nella scuola vengono assegnati insegnanti di sostegno e addetti all’assistenza. Mentre i primi sono dipendenti del Ministero della Pubblica Istruzione, i secondi vengono assegnati dal Comune o dall’ULSS, a seconda del luogo. In genere si tratta di “dipendenti” di cooperative, che possono essere più o meno serie, più o meno preparate. E possiamo affermare che in genere, con qualche rara eccezione, la preparazione in materia di autismo di queste cooperative lascia alquanto a desiderare.
Il bambino o ragazzo con autismo, soprattutto se a basso funzionamento e con altre problematiche in aggiunta, per poter essere integrato nella vita scolastica nella misura delle sue possibilità e nel rispetto della sua persona, richiede un grande impegno, una grande competenza ed una reale disponibilità alla sinergia tra tutte le forze in campo, dalla dirigenza scolastica alla famiglia. E’ dunque chiaro che, essendo fondamentale anche il suo ruolo, all’addetto all’assistenza – che nella scuola trascorrerà molte ore col soggetto autistico – è richiesta una serie di competenze. E anzitutto deve avere una buona formazione sull’autismo, altrimenti la sua opera, nonostante la buona volontà, potrà avere risultati nulli o negativi, e si sarà persa una ulteriore occasione di crescita e miglioramento.
Sempre, ma in particolare nella circostanza in cui lo studente autistico si trovi a cambiare scuola, insegnanti, e personale che si occupa di lui, l’addetto dovrà quindi essere designato per tempo, in modo che all’inizio dell’anno scolastico abbia potuto già acquisire tutte le informazioni disponibili sulla particolare persona con autismo su cui dovrà operare, sulla sua carriera scolastica, sulle caratteristiche psicologiche e comportamentali, sui problemi di gestione della vita quotidiana, ecc. Queste informazioni non possono ridursi a qualche foglio scritto, magari passato all’ultimo momento, come un fucile messo in mano al fantaccino gettato in prima linea come carne da cannone: l’addetto all’assistenza dovrà essere messo in contatto con l’insegnante di sostegno, con l’addetto all’assistenza che ha seguito il bambino o ragazzo negli anni precedenti, e con la famiglia. La buona sinergia richiede che non vi siano compartimenti stagni: solo una reciproca apertura e disponibilità alla circolazione delle informazioni e delle pratiche può favorire processi di integrazione reali. Il caso in cui – poniamo come possibile esempio negativo – la cooperativa che per anni ha fornito addetti all’assistenza di un soggetto autistico, e che ben conosce quindi le sue caratteristiche e necessità, nel momento in cui quel soggetto passa dalle medie alle superiori, all’inizio delle lezioni si trovasse a non avergli ancora assegnato un operatore ben formato e informato, quella cooperativa sarebbe, diciamo, reprensibile. Credo che su questo punto nel nostro Paese le retoriche buonistiche siano molto lontane dai fatti di tutti i giorni, e dalle immense difficoltà vissute nella scuola dalle persone con autismo e da chi si deve occupare di loro.
Autismo e relazione
29/08/2013Un librettino di 97 pagine, note comprese, è questo Autismo e relazione (Mimesis 2013), in cui la psicoanalista Marta Tagliabue ci presenta la sua visione dell’autismo, fondata su una serie di letture e sull’esperienza fatta con una bambina autistica, Sara. Il testo è interessante per chi come me è attento ai tentativi che la psicoanalisi opera per autogiustificarsi nei confronti di una realtà psichica circa la quale essa ha commesso il suo errore più clamoroso. Sono tentativi quasi commoventi, a volte. Marta Tagliabue dimostra un’apprezzabile apertura mentale, per alcuni aspetti, rispetto allo standard medio degli psicoanalisti, ma ovviamente il suo libro soffre del difetto capitale di fondare il discorso sull’autismo sopra una relazione con una sola persona autistica.
In un qualche modo, potremmo ricondurre la prospettiva cui approda la Tagliabue–occorre accettare l’essere autistico della persona con autismo come il suo proprio modo di essere e di relazionarsi al mondo, e non tentare in tutti i modi di portarla al nostro neurotipico modo di essere e di relazionarci al mondo–a quella portata avanti dai movimenti di auto-advocacy, di affermazione della neurodiversity ecc., che si vanno affermando negli USA.
«Per prima cosa, secondo me, il genitore deve fare i conti con l’ideale di figlio che aveva immaginato e che non corrisponde con il bambino che ora si trova davanti. Il grande rischio che può incorrere [sic] è quello di iniziare una battaglia cercando di aiutare il figlio, con ogni mezzo, e partendo da quello che lui ritiene essere il meglio, volendo cambiarlo e renderlo il più vicino possibile a quello che lui ha in mente come “normalità”. Perdendo di vista, in tutto questo, il modo di essere del bambino e non riuscendo a stare nel qui e ora della relazione.» (p. 90)
Questa affermazione può sembrare banalmente sensata. Ma il problema della maggioranza dei genitori con figli autistici gravi oggi non è tanto quello di riuscire ad accettare la diversità del figlio, bensì quello di sopravvivere essi stessi al peso derivante da questa formidabile diversità, e di riuscire a dare ai figli qualche possibilità di vita umana in un contesto sociale per il quale non sono minimamente attrezzati. Del resto, il concetto stesso di accettazione non è così luminoso e lineare come potrebbe sembrare immediatamente, ma può essere ambiguo, e spesso può intersecare quello di rassegnazione.
Autism. A Social and Medical History
10/08/2013Autism. A Social and Medical History, Palgrave Macmillan 2013, è un testo di Mitzi Waltz, una ricercatrice di cui si può leggere qui l’auto-presentazione. Si tratta di una storia globale dell’autismo sotto il profilo medico e sociale, molto ben scritta e sintetica (165 pagine), che unisce divulgazione e rigore accademico. È anche un libro che si inserisce bene nel quadro della lotta per la self-advocacy delle persone con autismo, e contro la medicalizzazione dell’autismo stesso, che è oggi un fenomeno emergente soprattutto nei Paesi anglosassoni. Dall’orrore della reclusione dei deboli di mente del passato, all’interpretazione psicoanalitica dell’autismo e alle sue conseguenze sulle persone autistiche e sulle loro famiglie, ai tagli dei servizi nel quadro del declino del welfare occidentale, Mitzi Waltz delinea un quadro non ideologico e del tutto realistico, anche se animato da una sotterranea empatia per i più deboli. In questo quadro, in cui le tecniche comportamentali sembrano emergere come le più adeguate per il trattamento dell’autismo dopo il fallimento della psicodinamica, è proprio lo stesso concetto di trattamento ad essere sottoposto ad interrogazione critica. L’affermazione del comportamentismo è vista dalla Waltz con un certo sospetto sulle modalità con cui si è realizzata, sospetto che sembra però non toccare il modello TEACCH, e dipendere forse anche da quanto sta avvenendo fra le frange più avanzate dei movimenti di self-advocacy degli autistici nel mondo anglosassone (tutti ovviamente ad alto funzionamento o Asperger).
«Sebbene il comportamentismo offrisse speranza, esso portava con sé anche i suoi problemi. Come la psicologia dominante, i suoi principi di base ponevano i genitori come la radice del problema–il biasimo non ricadeva più sulla perversità genitoriale ma sulla inadeguatezza genitoriale, sul fatto che i genitori avessero rinforzato i comportamenti sbagliati o non avessero rinforzato quelli giusti. I suoi proponenti potevano anche ingigantire oltre misura il valore delle loro idee, con workshop a volte caratterizzati da un fervore quasi evangelico. Fin dall’inizio il comportamentismo si è posto come ‘scientifico’ e per questo inattaccabile, quantunque la maggior parte dei dati raccolti fosse limitata a studi di caso condotti in laboratorio su una singola persona e una singola abilità con risultati a breve termine. Le conclusioni di questi studi risentivano del non riconoscimento di limitazioni o vantaggi conferiti da abilità innata, livelli di coinvolgimento genitoriale, qualità dello staff e altro. Per innalzare il suo status, i servizi comportamentisti venivano offerti come un ‘trattamento’, come se essi fossero equivalenti ad una tecnologia medica o perfino ad una cura.» (pp. 92-93)
Ricco di dati storici, sociologici e scientifici, il libro di Mitzi Waltz si raccomanda a tutti coloro che vogliono farsi un’idea di come la società occidentale abbia costruito, elaborato e vissuto l’autismo come categoria e come mito, fino ai nostri giorni, in cui lo scontro principale sembra quello tra una tendenza alla medicalizzazione del problema, con l’autismo e le sue manifestazioni visti come patologie da combattere strenuamente e possibilmente eradicare, e una tendenza alla difesa della diversità del modo di essere della persona con autismo, del diritto alla neurodiversità, concepita addirittura come un arricchimento dell’umanità intera.
In ogni caso, è bene che i genitori si liberino dei sensi di colpa legati all’idea di aver sbagliato il trattamento del figlio, ecc., perché, come dice la Waltz, « […] la base di evidenza per gli interventi manca tuttora: ancora adesso, noi sappiamo che cosa sia dannoso, abbiamo qualche conoscenza delle cose che potrebbero essere utili, ma siamo ancora incerti su quello che potrebbe essere del massimo valore per specifici individui. E siccome le condizioni dello spettro autistico sono multi-dimensionali e si danno entro un contesto personale e sociale, l’intervento appropriato è sempre una faccenda individuale.» (pp. 95-96)
Documento del Comitato Nazionale per la Bioetica
07/08/2013Il Documento del Comitato Nazionale per la Bioetica che è appena uscito, intitolato Disabilità mentale nell’età evolutiva: il caso dell’autismo, è ricco e interessante, e solleva molte questioni. Fin dal titolo, che sembra ancora una volta limitare il fenomeno dell’autismo all’età evolutiva. Su questo testo ci sarà da ragionare a lungo. Intanto una citazione:
«I problemi bioetici che riguardano la condotta di chi opera nell’ambito della cura delle persone con autismo si porranno in modo diverso a seconda dell’entità del disturbo, della presenza o meno del ritardo mentale e della sua misura, della compresenza di altre patologie. Un esempio evidente è il modo differente in cui si configurerà il consenso informato a seconda dell’età e della capacità di intendere e di volere. D’altra parte,se allo stato attuale non c‟è un farmaco che “curi” l‟autismo, vi sono tuttavia dei farmaci che permettono con la loro azione una modifica di comportamenti a rischio-o di disturbo-per il soggetto e per chi gli sta accanto. Ciò pone il problema della valutazione di quanto e come tali farmaci siano da usare “per il bene del paziente”, valutando costi e benefici per lui, e tenendo presenti anche le sofferenze e i benefici di chi se ne prende cura quotidianamente. In ultimo, l’incertezza su quale sia il trattamento più efficace, capace di portare non alla guarigione, ma ad un miglioramento della sindrome, rende difficile realizzare il diritto della persona con autismo o, per lui, dei suoi genitori, ad essere informati sulle diverse opzioni e di scegliere liberamente e consapevolmente.»
Documento del CNB, p. 41
Il risveglio dei mostri
27/07/2013Questo è Peter Singer, il filosofo (filosofo?) australiano che sostiene la tesi che sia preferibile sopprimere un neonato affetto da grave malattia e sostituirlo con un nuovo “progetto creativo”. Cari amici, vi invito a leggere questo articolo di Superando. Stiamo entrando in una fase storica molto difficile, e vecchi mostri si stanno risvegliando. Li credevamo morti, ma erano solo assopiti.
Con voce di sirena
03/07/2013Saltuariamente, molto saltuariamente, leggo qualche testo sull’autismo di provenienza psicoanalitica (o psicanalitica, secondo la lezione lacaniana). Come, ad esempio, La cura del bambino autistico di Martin Egge. Marie-Christine Laznik è una psicanalista lacaniana francese, ed è l’autrice di questo Con voce di sirena (Editori Riuniti 2012), curato da Jania Jerkov e introdotto da Filippo Muratori dell’IRCCS di Pisa, che psicanalista non è ma che con la Laznik ha collaborato per anni. Proprio i video fornitile da Muratori, realizzati da alcuni genitori nel corso del primo anno di vita dei loro bambini che sarebbero diventati autistici, video che evidenziano nelle madri e nei padri un atteggiamento assai diverso da quello che la psicoanalisi postula nella sua eziologia dell’autismo, hanno contribuito a modificare l’approccio della Laznik. In sostanza, in questo libro vediamo un esempio di strategia di autoconservazione della psicoanalisi di fronte alle inoppugnabili smentite dei fondamenti stessi della sua costruzione dell’autismo. La Laznik è infatti costretta ad accettare che sia il comportamento autistico del bambino la causa della frustrazione profonda o dell’eventuale depressione della madre, e non già l’inverso, come la psicoanalisi ha sempre pensato. Nondimeno, la psicanalista non rinuncia né al gergo né alle strutture profonde della narrazione psicanalitica, come si può ben vedere nel piccolo brano che qui riporto. Leggi il seguito di questo post »
Ambiente ecologico
02/05/2013Individualismo della speranza
30/04/2013Nei decenni scorsi le associazioni dei familiari delle persone con autismo hanno svolto un ruolo decisivo nella grande svolta che si è operata in tutti i Paesi del mondo: una svolta culturale, che ha avuto come suo centro il crollo della visione psicodinamica-psicoanalitica dell’eziologia dell’autismo, inteso come condizione instaurata nel bambino dal rapporto istituito con lui dalla madre. Al crollo di questa visione, col contemporaneo affermarsi di un approccio scientifico e neurobiologico, si è accompagnata l’affermazione di trattamenti cognitivo-comportamentali della sindrome come l’unica via percorribile. Le associazioni dei familiari possono vantare grandi meriti in questa rivoluzione. E tuttavia noi oggi constatiamo come le famiglie giovani con bambini autistici fatichino molto ad aderire alle associazioni, a lavorare in collettivo. Esse tendono piuttosto a restringere la visione del problema autismo al trattamento hic et nunc del loro figlio, a non porsi la questione della futura età dell’adolescenza e della fase successiva. I genitori giovani subiscono da un lato il prevalere di una impostazione meramente tecnicistica (di qui tutte le rivendicazioni e le discussioni sull’ABA fatto così o cosà, ecc.), dall’altro l’assenza di proposta di prospettive a lungo termine da parte dei sistemi socio-sanitari. È anche una mancanza di responsabilità: neuropsichiatri, psicologi ecc. dovrebbero spiegare molte cose alle famiglie, e non lo fanno a sufficienza, molto spesso non lo fanno per nulla. Tra le cose che dovrebbero spiegare è questa: i casi di sicura uscita dalla condizione autistica da parte di individui realmente autistici sono alquanto rari, solitamente chi è autistico da bambino, per quanti miglioramenti abbia realizzato, resterà una persona con autismo, e per questo è necessario che per lui si prepari un percorso di vita adeguato. Ma la naturale tendenza delle famiglie giovani è quella di sperare, sperare, sperare. La speranza non va abbattuta, ma va regolata e razionalizzata. Se alimentata indiscriminatamente, porta all’isolamento delle famiglie, all’individualismo delle “soluzioni”, e all’impossibilità di mantenimento di un fronte comune rispetto alle istituzioni. Purtroppo, in un Paese le cui tendenze familistiche e particolaristiche sono davanti agli occhi di tutti, la coesione dei genitori nel comune impegno a difesa delle persone con autismo è un obiettivo difficile da attingere.
Equilibrio autistico
24/04/2013L’unico vero passatempo autonomo di mio figlio Guido è You Tube, in cui cerca video politici, quelli in cui si litiga e si urla. Riconosce poi anche in TV Berlusconi, Gad Lerner, Grillo, Santoro, ecc. ecc. Si noti la posizione: Guido ha un equilibrio incredibile: a 4 anni saltava dal tavolo al divano, atterrando in piedi sopra lo schienale, in pochi centimetri di spazio, senza cadere mai.

Pubblicato da Fabio Brotto 









