Cucinare

21/09/2010

Ciò che caratterizza l’Orto di San Francesco è il fatto che qui i bambini e ragazzi autistici trovano un ambiente ecologico. Significa che una gran parte delle attività che vi si svolgono riproducono quelle della vita reale, senza quella distanza che spesso si trova nei centri riabilitativi. All’Orto si insegna, ad esempio, a far bollire l’acqua, con tutte le precauzioni. Saper utilizzare i fornelli per semplici preparazioni è una abilità che nella vita reale può essere assai utile. E anche bambini e ragazzi con grave ritardo cognitivo possono apprendere molto. Qui vediamo Jessica, l’unica bambina dell’Orto di San Francesco. Bisogna tener presente che l’autismo colpisce molto di più i maschi che le femmine.


Promesse e fatti

20/09/2010

UDINE – “Agli handicappati tante promesse e pochi fatti”. È il grido di dolore che lancia Elena Bulfone, presidente dell’associazione Progettoautismo Fvg (Friuli Venezia Giulia) che scatta la fotografia della situazione in Friuli Venezia Giulia dove un bambino su 150 è affetto da autismo, dove gli interventi comportamentali nei centri riabilitativi non vengono rimborsati, i centri non coprono tutte le richieste e ci sono famiglie che attendono da anni di essere prese in carico.

“Aspettiamo da oltre tre anni che le nostre linee guida vengano recepite dalla Regione – spiega Bulfone – durante l’estate ci sono stati alcuni contatti informali con la Regione ma, rispetto a una formale presa di posizione, sono stata rassicurata solo a parole”. Alle carenze che l’associazione imputa alla Regione, si aggiunge il dramma dei tagli ministeriali alle ore di sostegno a scuola e i casi limite si registrano a Udine dove si arriva a una riduzione del 75%. “Questa situazione, ma non è la sola – spiega Bulfone – la sta vivendo una famiglia che ha chiesto aiuto all’associazione perché al posto delle 22 ore di sostegno alla settimana che spetterebbero al figlio autistico, quest’anno ne potrà fare solo 6”.

In questi casi ci sono solo due soluzioni: pagare un insegnante di sostegno privato oppure tenere il bimbo a casa, “ma in questo modo – accusa Bulfone – si lede il diritto costituzionale all’istruzione. Qualche ora di sostegno viene sopperita dall’ambito socio assistenziale dei Comuni, nel caso di Udine, ma non tutte le amministrazioni hanno le risorse per farlo. Altro che pari opportunità, i nostri bambini sono sempre gli ultimi”.

Sul fronte regionale qualche passo avanti è stato fatto, ma non basta. “Da tempo chiediamo l’istituzione di un osservatorio sull’effettivo numero di persone affette da autismo in regione – spiega – dal momento che a 18 anni gli autistici diventano malati neuropsichiatrici, fare una stima è davvero difficile. Dalla Regione ci fanno sapere che l’osservatorio sarà avviato, ma sono le stesse parole dette un anno fa. Ora ci aspettiamo che l’assessore Kosic mantenga le promesse fatte”. Sono diverse le criticità da affrontare, dalla carenza di logopedisti al Gervasutta alla mancanza di personale addetto alla riabilitazione nelle strutture preposte. “Questa situazione è una bomba a tempo – conclude Bulfone – Domani avremo tanti adulti autistici privi di sostegno“. (Il Gazzettino)


Ancora sui vaccini

16/09/2010

Tutte le ricerche scientifiche condotte rigorosamente dimostrano che non è possibile stabilire alcuna connessione tra vaccinazioni e autismo. Riporto qui una delle ultime notizie in merito. Aggiungo che il dott. Andrew Wakefield, che per primo sostenne quella connessione, è stato espulso dall’ordine dei medici britannico con accuse gravissime dopo un procedimento a suo carico che ha dimostrato come la sua ricerca fosse stata svolta in modo disonesto. In sostanza, Wakefield è un falsario, ma la sua opera è stata devastante. In Italia, la tesi del rapporto tra “intossicazione da metalli pesanti” e autismo, priva di riscontri scientifici, è portata avanti da alcune associazioni di genitori, e in particolare dal dott. Franco Verzella, un oculista che si è autopromosso esperto di autismo e ha trovato molti seguaci. Del resto, sono convinto che se io promuovessi una campagna di “informazione” circa i risultati strepitosi ottenuti sottoponendo alcuni bambini autistici ad una dieta a base di mele cotte (combattuta per loschi motivi dai Governi, dalle Multinazionali, e da Israele) troverei molti seguaci. Ecco una comunicazione dell’agenzia Reuter:

Una nuova ricerca promossa dal governo americano aggiunge elementi di prova del fatto che il timerosal, conservante basato sul mercurio, fino a poco tempo fa utilizzato in molti vaccini, non aumenta per i bambini il rischio di autismo. La ricerca mostra che i ragazzi che da bambini erano stati esposti a livelli elevati del conservante – attraverso i vaccini ricevuti direttamente o dalle loro madri durante la gravidanza – non avevano maggiori probabilità di sviluppare l’autismo, compresi due sottotipi distinti della condizione autistica.
“Questo studio dovrebbe rassicurare i genitori circa il programma di immunizzazione consigliato,” ha detto il Dr. Frank Destefano, direttore dell’Ufficio di sicurezza dell’immunizzazione al “Centers for Disease Control and Prevention” (CDC) di Atlanta, uno dei principali autori della ricerca.
Preoccupazioni circa un collegamento tra vaccini e autismo sono state sollevate inizialmente dal medico britannico Andrew Wakefield più di un decennio fa. Il suo studio, basato su 12 bambini, da allora è stato screditato ed è stato ritirato all’inizio dell’anno dalla rivista che lo aveva pubblicato [Lancet]. Nel frattempo, esso ha suscitato un acceso dibattito in tutto il mondo tra scienziati, e un panico che ha spinto molti genitori a rifuggire dai vaccini consigliati come quello contro morbillo, parotite e rosolia. Ne è seguito lo sviluppo di focolai di queste tre malattie. [Reuter]


Associazioni

08/09/2010

Se in questi anni c’è stata una vasta sensibilizzazione (ancor lungi dall’essere soddisfacente) e si sono diffuse buone pratiche (a macchia di leopardo e non sufficienti), è stato per la spinta propulsiva delle famiglie, e soprattutto delle famiglie riunite in associazioni. Purtroppo, moltissimi genitori di bambini autistici non si rendono ancora conto che l’unione fa la forza, ignorano che non disporrebbero dei servizi che ricevono se negli anni passati altri familiari non avessero combattuto difficili battaglie, e non capiscono l’importanza di un fronte unito delle famiglie di fronte alle istituzioni. Moltissimi genitori di autistici, quindi, sono soli, e deboli quando si tratta di esigere ciò cui la legge dà diritto. Avere una associazione al proprio fianco dà forza. Purtroppo, l’autismo, che isola coloro che ne sono colpiti, è una patologia così grave e difficile da gestire che tende a produrre isolamento anche delle famiglie.

Ma non basta. Anche le associazioni, che ormai sono numerose, faticano a formare un fronte comune. In Italia vi sono moltissime associazioni locali, come la nostra Autismo Treviso onlus, ma mentre noi siamo affiliati ad una associazione nazionale, Autismo Italia, che a sua volta è membro di Autismo Europa (che terrà fra poco un importante congresso a Catania, del quale qui c’è il manifesto), la maggioranza delle associazioni non comprende che, se alcuni problemi possono essere affrontati e risolti su base locale, confrontandosi con la propria ASL, ci sono battaglie che possono essere combattute e vinte solo sul mpiano regionale, nazionale ed europeo.

 

 

Una rivoluzione culturale per l’autismo

06/09/2010

“Lei faccia il genitore!” ; “Lei il bambino lo ha voluto?”. Un invito e una domanda che sovente, ancora oggi, molti papà e mamme di bambini autistici si sentono rivolgere. Ma non in un salotto o per strada, da persone che dell’autismo non sanno nulla o ne hanno solo una vaga idea, bensì nello studio di un neuropsichiatra infantile o di uno psicologo dell’azienda sanitaria locale. Un invito assurdo, una domanda inaccettabile. Questo invito e questa domanda, che purtroppo risuonano spesso, sono due importanti segnali dell’immensa arretratezza culturale con cui, nel 2010, in Italia viene ancora affrontata la questione dell’autismo.

Dell’autismo oggi si sa molto, non è più un mistero. Si sa, ad esempio, che è una sindrome conseguente ad un disturbo di origine neuro cerebrale, e che quindi la sua causa è organica, che sicuramente vi è una implicazione genetica (che coinvolge numerosi geni e non uno solo), che non è una malattia da cui si possa guarire con diete o trattamenti avventurosi, e che l’unica cosa che può dare risultati misurabili è un intervento educativo precoce e intensivo, secondo modalità cognitivo-comportamentali.
In passato, era prevalente un approccio di tipo psicodinamico, orientato dalla psicoanalisi. Alla base di una grande confusione, e di una serie di pratiche errate e che colpevolizzano i genitori (come se fossero il loro più o meno inconscio rifiuto del bambino e la freddezza materna -la madre frigorifero- a far sì che il bambino si richiuda in una sorta di guscio ermetico), sta anche l’uso del termine autismo. Spesso i nomi che si scelgono per denominare qualcosa hanno delle conseguenze importanti. E autismo fu il termine che il grande psichiatra Eugen Bleuler, studioso delle schizofrenie, utilizzò un secolo fa per indicare quel sottogruppo di schizofrenici che si richiudono totalmente in se stessi, con una sorta di fuga dal mondo, quasi bastando a se stessi (dal greco autos, che significa stesso). Quando lo psicologo americano Leo Kanner nel 1943 individuò per primo uno specifico gruppo di bambini che presentavano i sintomi di quello che in seguito comunemente sarebbe stato chiamato autismo, riprese il termine di Bleuler, come si trattasse dello stesso disturbo mentale degli schizofrenici, che compare però precocemente nei bambini, e lo denominò autismo infantile precoce. Qui sta una delle radici della confusione che ancora oggi regna nelle teste di molti neuropsichiatri e psicologi, ovvero quella tra una psicosi, qual è la schizofrenia, cioè una malattia mentale che può comparire ad un certo punto della vita, ed una disabilità originaria, che si manifesta sempre entro i primi 3 anni di vita, qual è l’autismo. Sempre è un guaio quando si usa lo stesso termine ad indicare, su un piano scientifico, lo stesso patologie differenti.
Torniamo all’invito e alla domanda con cui abbiamo iniziato. Chiedere ad una mamma se abbia desiderato o meno quel suo bambino che manifesta gravi problemi comportamentali, che non parla, o che passa ore a compiere macchinalmente sempre lo stesso gesto, è sensato solo a partire dalla convinzione che l’autismo sorga a causa dei genitori, abbia cioè una origine nella relazione madre-figlio. Questa idea è radicalmente sbagliata, e di questo esistono prove innumerevoli, non ultima la dedizione assoluta al figlio che moltissime famiglie mostrano, superando difficoltà gigantesche. Tuttavia, è difficile liberarsi delle proprie convinzioni, e molte famiglie con figli autistici lo provano sulla propria pelle, anzitutto sentendosi fare quella domanda, che insinua un dubbio, e alimenta i sensi di colpa. La prima cosa che un neuropsichiatra dovrebbe fare è liberare preventivamente la famiglia da ogni senso di colpa, spiegando cosa sia l’autismo e come esso sia un disturbo di origine neurobiologica. Qui occorre una vera rivoluzione culturale!
 
 Quanto all’invito a fare semplicemente il genitore, nel caso dell’autismo è assurdo, per il semplice fatto che il genitore in quanto tale non sa cosa fare col figlio. Pensate ad un bambino che non parla, non comunica in alcun modo, ma spesso si arrabbia, si picchia, urla, e mangia solo cibi di colore bianco, vuole salire solo su auto rosse come quella del nonno, beve solo aranciata, e ha tutta una serie di comportamenti bizzarri. Che significa fare il genitore, se non sai nemmeno come insegnargli a fare la pipì nel WC, e il bambino mostra di non sapere imitare nemmeno i gesti più semplici delle altre persone? Il neuropsichiatra dovrebbe invece dire più o meno questo: “Cari genitori, l’autismo è un problema gravissimo, ma si può fare molto per vostro figlio. Esistono questi programmi educativi speciali. Poiché è necessario un intervento educativo intensivo e precoce, dalla prossima settimana verrà a casa vostra l’educatrice del nostro centro per l’autismo, dott.ssa Rossi, e vi aiuterà a sistemare l’ambiente domestico secondo le esigenze del bambino, e comincerà a mostrarvi come si fa a comunicare con lui. Sarete avvisati della data di inizio del programma speciale qui al centro. Faremo anzitutto una accurata valutazione del bambino, per misurarne le capacità e le attuali condizioni in tutti gli ambiti, e prepareremo un programma per lui, in cui saranno indicati tutti gli obiettivi da raggiungere, gli strumenti da utilizzare, e i criteri di verifica degli obiettivi stessi. Periodicamente saranno effettuate nuove valutazioni, in modo da verificare continuamente l’efficacia del trattamento e rimodularlo ove necessario. Prenderemo contatti con l’asilo per preparare l’ingresso del bambino e i programmi individualizzati che dovranno essere portati avanti a scuola con la supervisione del nostro neuropsicologo e dell’educatrice del centro. Inizieremo anche un programma di parent training perché i genitori devono assolutamente partecipare al lavoro educativo e ricevere tutte le informazioni e la formazione necessaria. Cari genitori, è soltanto lavorando da subito tutti insieme, ULSS, famiglia e scuola, che il vostro bambino potrà migliorare e vivere una vita tranquilla e serena. Il vostro lavoro è importante come e più del nostro, perciò rimbocchiamoci le mani insieme e vedrete che si potrà fare molto”. Purtroppo, è ben raro che una famiglia con un figlio autistico si senta fare un discorso del genere. Occorre una rivoluzione culturale!